Spedi z Abb. Post. 50% Roma • Redazione Ombre e Luci - Via Bessarione, 30 -00165 Roma OMBRE .LUCI RIVISTA CRISTIANA DELLE FAMIGLIE E DEGLI AMICI DI PERSONE HANDICAPPATE E DISADATTATE Non vergognatevi di essere felici 48 • Trimestrale anno XII n. 4 - Ott.-Nov.-Dic. 1994 In questo numero Lettere ì A cena in famiglia di Mariangela Bertolini 2 Chiacchierata in famiglia da meditare 3 Non vergognatevi di essere felici di Marie-Odile Réthoré 9 Avevo tanta paura di Giuseppina Argento 13 Cercavo di far cantare il mio cuore di Emanuel Mounier 17 Ma noi siamo attori di Marie-Claude Chivot 19 Cooperativa «Il Trattore» di Nicole Schulthes 21 Associazione «Il Cantiere» di Natalia Livi 22 LIBRI 24 VITA DI FEDE E LUCE 27 In copertina: foto di Giovanni Ristori Ombre e Luci: organo dell’Associazione Fede e Luce. Redazione, stampa, spedizione di un anno di Ombre e Luci costa 20.000 Lire. OFFERTE LIBERE PER SOSTEGNO ORDINARIO E STRAORDINARIO. Conto Corrente postale n. 55090005 intestato «Associazione FEDE E LUCE», via Cola di Rienzo, 140 - 00192 Roma. Riempire il modulo con la massima chiarezza, possibilmente in stampatello, cognome, nome, indirizzo e codice postale. Precisare, sul retro, che il versamento è per pubblicazione OMBRE E LUCI. Trimestrale anno XI - n. 3 - Luglio Agosto-Settembre 1994. Spediz. Abb. Post. 50% - Redazione Ombre e Luci - Via Bessarione, 30 - 00165 Roma Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 19/83 del 24 gennaio 1983. Direttore responsabile: Sergio Sciascia. Direzione e Redazione: Mariangela Bertolini - Nicole Schulthes - Natalia Livi - Maria Teresz Mazzarotto. Redazione e Amministrazione: Via Bessarione, 30 - 00165 Roma - Orario: martedì - mercolti nerdì 9.30-12.30 - Tel. e Fax 06/633402. Fotocomposizione e stampa: Stab. Tipolit. Ugo Quintily S.p.A. - Via di Donna Olimpia. 9 - Rc~ = Finito di stampare nel mese di dicembre 1994. Forestieri tu ci hai accolti, Laurent! Verso 1’imbrunire arrivam¬ mo a Lione, io e Carlo. L’indo¬ mani Carlo doveva subire un intervento che si era reso ne¬ cessario aH’improvviso. Un pensiero ansioso che da giorni tenevamo segreto in noi e un affetto profondo ci univano. Carlo insistette perché già dal¬ la sera ci rendessimo conto della distanza fra l’albergo e l’ospedale, che stava in perife¬ ria, perché io potessi raggiun¬ gerlo senza difficoltà nei giorni della sua degenza. Così si fece tardi... Non conoscevamo le abitudini del posto e perciò trovammo chiusi ristoranti e bar. Mentre ci guardavamo in¬ torno nella piazzetta deserta e semibuia vedemmo un gruppo di persone frettolose che rag¬ giungevano la loro macchina. Mi avvicinai e chiesi se potes¬ sero indirizzarci verso un posto dove poter cenare. Dopo aver parlottato fra di loro risposero che ormai ogni posto era chiu¬ so e, se proprio avevamo biso¬ gno, potevano riaprire il loro negozietto di alimentari per farci comprare qualcosa. Ac¬ cettammo la gentile offerta e Carlo trovò ciò che occorreva guardando nei vari scomparti. Ma... il pane?... Non ne era ri¬ masto più... Allora vedemmo qualcuno che correva nella ca¬ sa accanto e tornava con un pezzo di pane per Carlo. Io vi¬ di anche che assomigliava in¬ credibilmente ad uno dei no¬ stri ragazzi... Sì, sembrava pro¬ prio Robertino, o Gigi, quando ammiccavano furbescamen¬ te... Era proprio così, era un ragazzo Down come loro! In¬ tanto l’uomo che era andato alla cassa ci stava facendo il conto... e aggiunse: «Il pane non lo pagate, è gratis! » Chie¬ si: « Chi è questo ragazzo? » La donna che era nel gruppo ri¬ spose: «E nostro figlio, Lau¬ rent! » Grazie Laurent!... eravamo forestieri e tu ci hai accolto; sconsolati... e ci hai aperto il cuore alla gioia semplice e alla speranza. Delia Mitolo Quanto perdiamo! La testimonianza della si¬ gnora non vedente nell’ultimo numero della vostra rivista mi ha fatto particolare impressio¬ ne e mi spinge ora a scrivervi. Di fronte a questa e ad altre voci di tanto coraggio, fede, amore concreto si resta senza fiato e si vorrebbe che tutti ca¬ pissero e che tutti accogliesse¬ ro la sfida che il Signore ci pro¬ pone attraverso queste perso¬ ne. Ma perché tanti non capi¬ scono? Perché le persone disa¬ bili e le loro famiglie devono subire, oltre le difficoltà di ogni giorno, anche questo «imba¬ razzo» di molti che le circon¬ dano che si esprime come di¬ stacco se non addirittura come rifiuto? Perché questa difficoltà della gente a entrare in contat¬ to, a prendersi responsabilità, a capire, a partecipare? Per¬ ché? Qual è il rischio? « Ne sof¬ fro troppo» dicono alcuni. E altri: «Non so come compor¬ tarmi». Sento però che c’è qualche altra ragione, più pro¬ fonda, e vorrei tanto che qual¬ cuno dei lettori di «Ombre e Luci» mi aiutasse a capirla. Nel mettersi in contatto con l’altro c’è sempre un rischio, specialmente se l’altro ci appa¬ re come diverso. Vorrei capire quale è il rischio, che cosa si teme. Vorrei sapere se c’è pau¬ ra di dovere rivedere le proprie opinioni, la propria vita; o la minaccia di dovere abbando¬ nare il tepore del «nido» che ci si è costruiti; se c’è timore di affrontare novità o di dare una spaziosità all’animo che impli¬ ca una riflessione difficile sul senso della nostra vita, su un cambiamento possibile e do¬ vuto. Eppure quanta ricchezza veniamo a perdere se perdia¬ mo una sola occasione di con¬ tatto con gli altri! La perdiamo noi e la rifiutiamo anche a loro. Aiutatemi a capire perché ciò accade! Maria Ricci 1 A CENA IN FAMIGLIA Da sempre la famiglia è la protagonista di Ombre e Luci. In quest’an¬ no, dedicato alla famiglia, vogliamo rinnovare il nostro impegno: ricordare, in modo un po’ particolare, ai nostri lettori come e quanto sia importante imparare a conoscere, a capire dal di dentro, la vita di una famiglia provata dall’handicap. Per questo siamo andati a cena dalla famiglia Ozzimo. Mentre man¬ giavamo di gusto un’ottima cenetta, resa più che mai casareccio da una squisita misticanza romana raccolta in campagna dalla mamma e da un vi¬ nello fatto dal papà, acceso il registratore, li abbiamo fatti parlare: Gerardo, Rita, Pablo e Daniele. Mentre loro parlavano, mi guardavo attorno: un appartamento picco¬ lo per quattro persone, di cui una in carrozzella: due stanze da letto, un saloncino e una cucinino. Eppure ascoltandoli, mi sentivo circondata da un’aria di grande respiro: grande la calma e la signorilità dei modi di Gerar¬ do; grande il cuore e il buon senso di Rita; grandi gli occhi e il sorriso di Pablo; grande la sensibilità e la sincerità di Daniele. Ho sentito quest’anno molte parole, conferenze, dibattiti sulla fami¬ glia. Ma non avevo ancora sentito ciò che ho imparato quella sera da loro. Lì c’era una storia grande, lunga, faticosa... lì cerano occhi parlanti che mi dicevano tutta la loro vita intima e segreta, quella che non si può racconta¬ re. Lì, attorno a quella carrozzella, cerano gesti che parlavano di una stan¬ chezza e di una ripetitività senza fine. Lì, attorno a quella tavola, c’era la gioia intima di una famiglia che ha saputo affrontare la prova con coraggio, senza sterili lamentele; con fiducia nella vita che è vita solo quando è do¬ nata, l’uno all’altro, fra litigi e screzi, fra stanchezze e battute, fra sforzi e riprese, giorno dopo giorno... Guardavo Daniele, un vero gigante buono. Alto quasi due metri, con una lunga chioma corvina, gli occhi azzurri pieni di luce, un sorriso aperto. Lo ascoltavo parlare del fratello con il quale divide la stanza da sempre con quello che questo comporta, affascinata dalla naturalezza e dalla sponta¬ neità con cui diceva le sue gioie e le sue tante fatiche. Grazie Rita per la forza e la serenità che sei riuscita a dare alla tua fa¬ miglia. Grazie Gerardo, per la calma con cui reggi il timone della tua casa. Grazie Daniele; vorrei che tanti giovani ti incontrassero e venissero a cena a casa tua. Grazie, infine a te, Pablo, per la tua presenza; senza saperlo hai evangelizzato la tua famiglia. Mariangela Bertolini 2 CHIACCHIERATA IN FAMIGLIA DA MEDITARE Gerardo, puoi presentare la tua famiglia? GERARDO E composta di quattro persone: io, Gerardo, papà di Pablo e di Daniele e marito di Rita. Ho 53 anni e sono rappresentante di aziende dolciarie; Rita ne ha 48 e sta a casa, forse anche contro la sua volontà; Pablo ha 25 anni, va alla scuola Vaccari, Daniele ha 22 anni e fa scienze politiche all’università. Rita, come passi la giornata e che posto occupa Pablo nella tua vita di oggi? RITA Io sono molto più libera adesso in confronto a quando Pablo era piccolo. Ho acquistato molta più esperienza e più tranquillità nel gestire la mia vita. Lui occupa sempre una parte importante: la mattina, alle 7, lo devo preparare: vestirlo, lavarlo; mentre lui fa colazione io mi preparo. Questo quando non è agitato; la sua emotività lo porta a volte a non mangiare, ad aver bisogno dell’areosol per un attacco d’asma. Da solo, Pablo non fa quasi nulla: può mangiare da solo, ma per la toilette ha bisogno di tutto. Poi lo accompagno al pulmino e io risalgo in casa. La mia giornata. Quando Daniele è in casa, facciamo delle belle chiacchierate e delle belle litigate. Ci scontriamo facilmente: la sua stanza è qualcosa di indescrivibile! Qualche volta lo ascolto ripetere le pagine dei suoi esami; questo lo aiuta. Poi mi organizzo il lavoro lasciandomi degli angoletti tutti per me, senza i quali non potrei vivere, durante i quali per lo più leggo, soprattutto libri di 3 psicologia. Le faccende in casa me le organizzo come voglio: posso leggere alle dieci e spolverare alle due... altrimenti la vita mi diventa difficile; preferisco alternare, variare. Ho già le ore fisse per Pablo e per gli altri; quando sono libera da quelle, preferisco fare come desidero. È la mia valvola di salvezza. La mattina, una volta la settimana, vado a trovare Maurizio e ora ho preso contatto con un’altra mamma che ha un bambino molto grave. Maurizio è un tesoro, ha tre anni, è piccolo piccolo per la sua età. Non ha i braccìni e le manine; ha solo due ditini. Non parla, non sta seduto. Ma fa una tenerezza! Adesso comincia a riconoscermi. Ci sono andata la prima volta con Rosa, un’altra mamma. Abbiamo conosciuto la mamma di Maurizio che ci ha fatto ricordare a quando anche noi eravamo nelle sue condizioni: sole! Mi sono presa l’impegno di andare una volta alla settimana a trovarlo, a stare con lui per liberare un po’ la mamma. Ora va meglio perché lo ha messo al nido. Altre mattine, vado fuori, incontro tutte le signore del quartiere, le conosco tutte, parlo con tutte... c’è una signora che ha una bambina piccolina e ora ha un pancione così! «Un altro?» le ho detto. «Sì!» Mi piacciono tanto i pancioni, mi fanno una gran tenerezza. Ogni volta penso... potrebbe succedere... Purtroppo continuano a nascerne... Noi, con Gerardo, ne avremmo voluti cinque! Qualche volta vado da mia madre, che ha 79 anni e bisogna darle una mano in casa. E una volta la settimana, mi riunisco con altre persone per parlare un po’ dei nostri problemi, sotto la guida di mia sorella. Ho frequentato anche un corso di psicologia, non per guardare al passato, per andare avanti. Pablo ritorna verso le cinque, allora... devo occuparmi di lui e degli altri. Daniele, sei stato condizionato dalla presenza di Pablo nella tua vita di bambino, di adolescente e come? DANIELE Molto, moltissimo. Non so come sarei stato se non avessi avuto questa situazione. Molto spesso me lo domando. Come sarebbe stato il mio rapporto con un fratello maggiore non così... la complicità che non c’è mai stata tra noi. Nell’infanzia, la sua presenza mi ha PABLO Vorrei avere una persona che mi sta accanto, una ragazza che mi vuole bene... mi piacerebbe vivere sempre al campo 4 sicuramente condizionato molto: l’aria che si respirava... Ma ricordo che alla sera, sul divano, mi sentivo molto protetto: il nucleo familiare era tranquillizzante. Da adolescente, in certi momenti, mi ricordo, ho avuto delle reazioni molto violente, soprattutto verso Pablo. Mi domando spesso come sarebbe la vita in questa famiglia se lui non ci fosse. Quando lui è fuori casa per un campeggio, io mi godo la vita molto di più. Alla sera si cena più tardi e non alle 8 in punto, c’è più tranquillità; si sparecchia con comodo, ti puoi godere la televisione come ti pare invece di fare i duemila movimenti: sempre le stesse cose, sposta la carrozzella, apri i letti, metti a posto, portalo sul letto... anche se è vero che non mi viene chiesto troppo. Rita, ce la fai ancora a fare tutto da sola con Pablo? RITA E una questione di cervello. Mi ricordo che quando ero depressa il corpo non ce la faceva. Se sto bene mentalmente, dentro, con me stessa, Pablo me lo prendo e lo porto. A parte i doloretti... DANIELE Troppo ci sarebbe da dire, potrei parlare fino a dopodomani. Molte cose sono state positive. Penso che una certa sensibilità che mi ritrovo, non l’avrei avuta se non ci fosse stato Pablo. Ma mi rendo conto che questa stessa sensibilità la trovo anche in persone che non hanno avuto questa esperienza diretta. Ho un amico, Riccardo, che non ha avuto la mia esperienza, ma ha la stessa sensibilità verso Pablo, forse perché è vissuto molto in questa casa, con noi; ci dà una mano, ci aiuta. E un mio compagno di scuola. Con le ragazze, quand’ero giovane, avevo un po’ il problema di portarle a casa; mi ha sempre dato fastidio la gente che lo guardava. Adesso non ho più problemi. RITA Mi ricordo che quando Daniele faceva la prima elementare, un pomeriggio siamo dovuti andare a parlare con la sua maestra. E ci siamo andati con Pablo. Per strada ci guardavano e tu, Daniele, mi hai chiesto: «Mamma, perché ci guardano?» E io ti ho risposto: «Perché siamo belli!» DANIELE Lepisodio, non me lo ricordo, ma la risposta me la ricordo benissimo! Adesso mi metto a disagio quando c’è gente, perché gli devi stare «appresso», e questo mi scoccia. Se lui parla con qualcuno, non mi importa, se la vede lui con Pablo. Io mi faccio gli affari miei; sono contento che lui abbia la sua autonomia; con lui mi piace avere un rapporto diretto, se ce lo devo mandare, ce lo mando. RITA. Ho acquistato molta più esperienza e tranquillità nel gestire la mia vita. Lui occupa sempre una parte importante. Hai avuto dei momenti in cui hai detto o avresti voluto dire ai tuoi genitori: «Io con Pablo in questa occasione farei così e non come fate voi ?» DANIELE Molte volte e lo continuo a fare, soprattutto adesso. Per esempio non sono d’accordo che gli diano da bere quando lui dice, all’infinito: «Ho sete, ho sete!» Lui non deve fare il comunicato stampa, deve chiedere: «Datemi da bere». Quando siamo soli, lui, che ha capito, mi dice: «Mi metti dell’acqua?» Altre volte, forse per scaricare un po’ della sua aggressività, litiga con papà per una stupidaggine e ripete frasi all’infinito, sempre le stesse. Io subito, taglierei corto e lo porterei nell’altra stanza. Non voglio 5 sentire discussioni che durano ore, perché tanto lui quando si deve sfogare, lo deve fare: non ci son santi che lo fermano. Così, va di là; continua il suo sfogo da solo e poi passa. E inutile fare discorsi che sento da vent’anni: «Ma lui, ha ragione, perché...» tanto non serve a niente. RITA E così, non mangia! DANIELE E va be’, non mangia! GERARDO I suoi litigi, con me, non hanno logica. Sono sfoghi di impulsi che gli vengono forse dopo una giornata nera, o perché al centro non ha fatto nulla tutto il giorno... Mi ripete all’infinito, «Tu non devi ridere perché io...». DANIELE Lui ha tutto il diritto di sfogarsi, ma non può monopolizzare tutti con il suo sfogo. Tanto se si sfoga di là è la stessa cosa e stiamo meglio tutti. Tu, Pablo, che ne pensi? PABLO Io certe volte con lui faccio il bravo; qualche volta no, perché lui non deve ridere. Qualche volta io mi vedo la televisione... (per l’emozione di parlare, scivola giù dalla sedia. Rita e Daniele, con energia e un fischio, lo rimettono a posto)... Io non mi arrabbio quando loro si mettono a parlare, io non mi metto a ridere; ascolto. Sempre li lasci parlare? PABLO No, io parlo quando mi pare. Pablo, chi sono i tuoi amici? PABLO Romana, e poi Lello; poi c’è una ragazza che si chiama Alberta, che mi viene a prendere ( assistenza domiciliare) , che mi porta in gita con gli altri, a Bolsena. Tutti insieme; poi andiamo al bar. Poi capita che mi telefonano. Gerardo, qual è, oggi, il tuo desiderio più grande? DANIELE Comunque mi sembra di essere fatto apposta per una situazione del genere... come se ci fossi nato apposta 6 GERARDO Sorprenderà, ma non lo so dire. Non ho grandi desideri. Quello che ho sempre desiderato, credo di averlo ottenuto; forse perché da bambino mi è mancata, ho sempre desiderato avere un famiglia serena; questa mi pare di averla ottenuta. Il resto, non mi interessa. Vorrei veder sistemati i figli, ma è un desiderio banale, di tutti. E la tua delusione più grande? GERARDO Grandi delusioni, non ne ho avute, a parte questa drammatica che ho ormai superato. Basta dare la giusta misura alle cose. Anche se le difficoltà sono sempre presenti, riesco a conviverci bene; non la vivo più come una delusione. Mi succede spesso di pensare alla mia famiglia senza questo problema, a come sarebbe stata. La immagino «vissuta» di più nel suo insieme. Più marito. Sono convinto di non aver vissuto appieno il mio modo di essere: un vivere più dettato dalle circostanze e questo è un rammarico. Un tuo grande dispiacere, un rimorso... GERARDO Certamente ho fatto degli errori, ma anche questi sono stati un po’ la conseguenza delle circostanze. Tutto ciò che non ho fatto di bene e di meglio in quello che ho vissuto, penso sia stato una conseguenza... non ho assolutamente sensi di colpa. Rita: tre tuoi grandi desideri? RITA Il più grande: una casa famiglia adatta per accogliere Pablo. Lo metterei anche adesso, perché so che sarebbe felice, anche se io mi troverei un po’ spaesata, ma saprei riprendermi subito; c’è tanto da fare... Prima di morire devo fare in modo di sistemarlo, non deve pesare sulla spalle del fratello. Tutto l’affetto che Daniele gli darà, lo farà solo se sarà sollevato da questo peso. Così come faccio con gli amici: dò loro tutto l’affetto possibile perché spero che ognuno di loro, magari una volta l’anno, quando non ci sarò più, penserà di andare a darne un po’ a Pablo. L’altro desiderio: vedere Daniele soddisfatto. Laureato o non laureato, qualsiasi cosa farà, vorrei che lo soddisfacesse in pieno; e che lì lui possa esprimere tutto se stesso. Ce n’è un altro: ancora non ho ritrovato, come diceva Gerardo, una piena vita di coppia, che in un certo modo ci è sempre sfuggita; proprio perché abbiamo dovuto essere subito genitori, non più moglie e marito per vivere bene la nostra intimità. Subito ci siamo dovuti imporre dei ruoli, io mamma, lui papà. È 25 anni che siamo sposati: siamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci è sfuggito. GERARDO. Basta dare la giusta misura alle cose. Anche se le difficoltà sono sempre presenti riesco a conviverci bene. Daniele, i tuoi desideri? DANIELE Vivo molte contraddizioni... Mi piacerebbe avere più cose in cui credere, perché sono molto disilluso... Vorrei un giorno, entrare in politica... ma le ideologie, sono finite e fallite... Mi piacerebbe trovare un punto fisso, qualcosa in cui credere. Non ho una direzione, sono deluso da quello che mi circonda... E tu Pablo, che cosa desideri di più? PABLO Avere, che ne so, una persona che mi sta accanto, una ragazza che mi vuole bene... quando sono andato al campo, 7 RITA. Il desiderio più grande: una casa famiglia adatta per accogliere Pablo. Lo metterei anche adesso, perché so che sarebbe felice. m’è piaciuto, mi piacerebbe vivere sempre al campo! Ci sono momenti difficili, in cui fate fatica? GERARDO I momenti difficili, sono la noia, la monotonia della vita di tutti i giorni che si somigliano tutti. Non è il momento del dramma o della bella litigata o della sedia sbattuta al muro. Per me, i momenti difficili, sono quelli in cui ci si lascia andare alla ripetitività, alla noia. RITA A me la monotonia mi angoscia, la noia mi distrugge. Mi piacerebbe ogni tanto una bella, dolce litigata; dopo un po’ tutto ritorna bello. GERARDO Io mi arrabbio in modo sproporzionato per delle piccole cose quando sono già un po’ teso, quando non riesco a trovare qualcosa... DANIELE Io quando sono solo in casa, ah!, come sto bene: mangio quando voglio, se voglio; sento la musica, guardo la televisione, ho più spazio. Le cose che mi ammazzano, sono quelle che si ripetono, le solite risposte che mamma dà a Pablo, le solite risposte che Pablo dà a mamma. Sempre le stesse. Ti svegli la mattina con lui che non vuole andare a scuola (Daniele e Pablo dormono insieme in una piccola stanza) e allora comincia un martelletto: tic, tic, tic. Tutte le mattine è così... RITA Un giorno che era tanto arrabbiato, mi ha detto: «Io glielo vorrei proprio chiedere al Padre Eterno: mi deve spiegare perché succedono certe cose? DANIELE Ma non c’è risposta. Comunque, mi sembra di essere fatto apposta per una situazione del genere, penso di aver la faccia per una situazione di questo tipo, come se ci fossi nato apposta! GERARDO Prima di te, ci siamo stati noi. Ce l’ha mandato a noi, perché forse eravamo i personaggi giusti... Rita, quali errori hai fatto? RITA Sicuramente ne ho fatti, eppure, penso anche di essere stata una mamma coraggiosa. Pensa quando l’ho mandato al campeggio da solo la prima volta, non conoscevo nessuno... lui era molto piccolo... Sono stata sempre un po’ dura nella loro educazione, sia con Pablo che con Daniele. Gerardo è sempre stato più buono. Tempo fa, ho risentito una cassetta registrata mentre Gerardo racconta una favoletta a Pablo e a Daniele quand’erano piccoli. La favola parlava di un orco e di un’orca. Mentre Gerardo parla dell’orca, si sente sottovoce la vocetta di Daniele che dice: «... che è mamma! » E vero, io ho dovuto imporre sia all’uno che all’altro molte cose, forse anche non volendomi bene, perché fa più piacere essere dolce e mammona. Credo di non avergliene fatta passare una! GERARDO. Il Padreterno ce l’ha mandato a noi perché forse eravamo i personaggi giusti. 8 Non vergognatevi di essere felici di Marie-Odile Réthoré Marie-Odile Réthoré dirige la sezione di ricerca dell’INSERM. E ben conosciuta dai lettori di «Ombre e Luci». Da molti anni esercita la professione di pediatra dando speranza e fiducia a tanti genitori di neonati con handicap. E sempre molto vicina ai bambini e agli adulti portatori di handicap mentale e accompagna molte famiglie invitandole al coraggio di amare. Quello dei genitori è senza dubbio il me¬ stiere più difficile. Eppure nessuno pensa a insegnarlo a una coppia prima che abbia il diritto di trasmettere la vita! Già non è facile quando tutto va bene. Ma cosa dire quando, fin da principio, c’è una malattia, un’anomalia genetica? E vero che questo bambino sarà sempre Giovanni o Luca o Natalia, interamente uomo o donna, unico e perciò insostituibile: la ge¬ netica ce ne dà ogni giorno nuove prove. Eppure lui, questo bambino, porterà e sop¬ porterà per tutta la vita il suo handicap e ci domanderà di aiutarlo. Nessun padre e nessuna madre hanno mai scelto di mettere al mondo un bimbo così fragile, così complicato, un bimbo che li porterà ad un’avventura che non è nep¬ pure immaginabile. Questo bambino scon¬ volgerà totalmente la loro gerarchia di valo¬ ri, li metterà sotto torchio, li rimodellerà completamente, giorno dopo giorno, e questo non finirà mai... Non saranno i genitori di adulti portatori di handicap a contraddirmi! Ma, attenzione, questo bambino non ha mai domandato di trasformarci in schiavi sottomessi ai suoi capricci e di far vivere tutta la famiglia al suo ritmo. Egli non si aspetta affatto genitori eroici che si sacrifi¬ chino incessantemente per lui e che, ogni tanto, anche senza volerlo, glielo facciano capire... In realtà ciò che ci chiede è di essere con¬ siderato come è, con tutte le sue qualità (ce ne sono), i suoi difetti (ce ne sono), il suo handicap (è una realtà) e di essere amato nella verità, per lui stesso e non con condi¬ scendenza e con pietà. Ci chiede di essere accompagnato e guidato per tutta la vita, nel rispetto della sua dignità di persona umana. Ci chiede di adottarlo di nuovo ogni mattina quando si tratta di cominciare una nuova giornata che forse sarà molto agitata... o che sarà la monotona ripetizio¬ ne di tutte le giornate precedenti. 9 «Non abbiate paura!» Riprendiamo le prime parole di Giovanni Paolo II al mondo: «Non abbiate paura!». Non abbiate paura di essere felici con il vo¬ stro bambino, di dirglielo, di manifestarglie¬ lo, di condividere con lui la gioia per i suoi progressi e per le sue scoperte: è così che la gioia si moltiplicherà! Lasciate che viva la sua vita di bambino, che faccia le sue esperienze. Fate in modo che scopra il mondo alla sua maniera, e ri¬ scopritelo con lui. Abbiate fiducia in lui, nella sua capacità di progredire, ma anche nella sua capacità di amare. Amatelo e lasciatevi amare da lui! Non abbiate paura di detestare il suo handicap, non vergognatevi di piangere per questo... Il Buon Dio non ci domanda di essere eroi, ma di essere santi. E non è la stessa cosa! No, non abbiate vergogna di piangere, di dire la vostra sofferenza, la vostra rivolta, la vostra angoscia. Non abbiate paura di chie¬ dere ai professionisti tutto ciò che riguarda il vostro bambino, la sua malattia, la sua evoluzione, i rischi che questa malattia pos¬ sa riapparire in famiglia. I genitori, nella maggior parte, si lamen¬ tano per la solitudine che hanno vissuto al momento della nascita del loro bambino di¬ sabile e per il silenzio dei medici: «Non mi hanno detto niente!». Obiettivamente que¬ sto non è del tutto vero; in ogni caso è così che loro l’hanno sentito. Del resto come ca¬ pire un messaggio quando si ha il cuore a pezzi? Tocca a noi professionisti stare vicino a voi per ascoltarvi, per accompagnarvi in questa presa di coscienza che prende molto tempo, per permettervi di fare con un rit¬ mo, che può solo essere vostro, il lavoro sul «lutto» del bambino che avevate immagi¬ nato e sognato in rapporto a quello che avete davanti a voi. La parola «lutto» non mi piace perché in realtà non c’è morte. Questo bambino esi¬ ste dall’istante che è stato concepito. Si pre¬ senta a noi dopo nove mesi di vita nasco¬ sta. Tocca a noi accoglierlo, aprirgli la no¬ stra casa, accompagnarlo attraverso l’infan¬ zia e l’adolescenza. Tocca a noi permettergli di far sbocciare la sua personalità e di di¬ ventare ciò che realmente è. Ci è stato affi¬ dato temporaneamente non per tenerlo stretto a noi, ma per una ragione ben più importante: per fare in modo che egli possa realizzare la sua umanità; anche se miste¬ riosa. Voi, fratelli o sorelle di un ragazzo o di una ragazza gravemente handicappati, agitati, imprevedibili, non abbiate paura di vivere la vostra vita, di essere felici, di portare a casa gli amici, di uscire... io Foto Guglielmin Come genitori avete il dovere di procla¬ mare alto e forte i diritti di questo bambino. Se sarete soli, per voi non sarà facile per¬ ché ci si perde presto nei meandri della bu¬ rocrazia. Ma non sarete soli! Se le associa¬ zioni dei genitori non esistessero sarebbe urgente inventarle! Certo esse sono solo quello che sono i genitori che le costituisco¬ no. Ma esistono! Amare fino a questo punto Alcune persone pensando di far bene di¬ cono ai genitori: «Almeno questo figlio re¬ sterà accanto a voi nella vecchiaia». Invece bisogna amarlo abbastanza e in maniera ta¬ le che egli possa essere felice senza di noi e indipendentemente da noi. Quanti geni¬ tori hanno difficoltà a fare il passo che per¬ metterà l’uscita di casa del figlio. Dicono: «Sa, non c’è posto nella comunità, si ve¬ drà, non c’è fretta... C’è il fratello che si è sempre occupato così bene di lui... Che an- Foto Guglielmin goscia pensare a ciò che accadrà dopo la nostra morte, la mia e quella di mio mari¬ to...». E così si resta veramente nell’ango¬ scia dell’attesa. «Non avrei mai immaginato che mia fi¬ glia potesse essere felice senza di me». Co¬ sì mi ha detto un meraviglioso papà che vo¬ leva teneramente bene alla figlia disabile. Questa ragazza, dopo il matrimonio dei suoi numerosi fratelli e sorelle, si era ritro¬ vata a casa sola, con una mamma stanca e un papà in pensione. Era diventata triste e aveva perso l’appetito. Si era temuto che fosse malata. In realtà si annoiava mortal¬ mente. I suoi genitóri ebbero il grande co¬ raggio di fare quel passo... La ragazza entrò in una comunità piena di calore. Oggi è perfettamente integrata, è felice e rende felici coloro che la circondano, com¬ presi i genitori che, dopo aver passato un momento molto difficile, hanno superato una nuova tappa... Sì, bisogna amare i figli fino a questo punto! Voi, fratelli e sorelle Non è facile essere il fratello maggiore o la sorella maggiore di un bambino grave¬ mente handicappato, agitato, imprevedibi¬ le. Essere il fratello minore o la sorella mi¬ nore non è certo più facile, ed esserne il ge¬ mello ancora meno! E per questo che dico a voi, fratelli e sorelle, qualsiasi sia la vostra situazione: non vergognatevi di essere feli¬ ci, di essere sani, di aver successo nei vostri studi. Non abbiate paura di vivere la vostra vita, di portare a casa gli amici, di uscire, di amare, di fondare una famiglia. Se avete qualche dubbio parlate a un medico della Possiamo contare sui nonni: hanno una grande esperienza di vita, molti hanno già conosciuto la sofferenza, hanno imparato la pazienza, sanno ascoltare, hanno tempo... 11 malattia di vostro fratello o di vostra sorella. E non abbiate paura di amarli, di aiutarli a fare le cose che i vostri genitori avrebbero timore di insegnargli (bicicletta, scalate, sci...). Ma soprattutto aiutateli ad avere e a mantenere il senso deH’umorismo; lasciateli scoppiare in una risata quando c’è qualco¬ sa che non va, lasciateli parlare anche se articolano male le parole e se balbettano. Non esitate ad essere il loro avvocato da¬ vanti ai genitori e agli educatori. Aiutate i vostri genitori, soprattutto al momento del passaggio di vostro fratello o di vostra sorel¬ la alla vita adulta, aiutateli a tagliare il cor¬ done ombelicale, ma, anche qui, sempre con un po’ di umorismo! E i nonni? Per ciò che riguarda i nonni la loro soffe¬ renza è doppia. Ma possiamo contare su di loro: hanno una grande esperienza di vita e molti hanno già conosciuto la sofferenza. Hanno imparato la pazienza e sanno ascol¬ tare, hanno tempo... Per questa ragione so¬ no pronti, in tanti casi, a prendere il bambi¬ no disabile con loro, per qualche ora o per qualche giorno, a seconda delle necessità del momento. Sono pronti ad ascoltare, a capire, a consolare, a insegnare. Ricordo un nonno che, con la punta del bastone, in¬ segnava al nipotino come si faceva a pian¬ tare un rosaio. Il piccolo da parte sua, mal¬ grado l’handicap, era capace di mettersi carponi. Ricordo anche un’altro nonno che ogni giorno accompagnava in treno la ni- potina per permetterle di frequentare un centro specializzato mentre i due genitori andavano a lavorare. I nonni non devono mai avere esitazioni a proporre la loro colla¬ borazione e a lasciarsi amare ed ammirare dai nipotini. Per finire voglio ricordare quei genitori che avevano appena perduto il loro figlio quattordicenne affetto da trisomia 21 e col¬ pito da una fragilità cardiaca. La mamma confidò ad un sacerdote amico: «Non sono mai stata capace di ottenere un qualsiasi ri¬ sultato nella mia vita». Ed egli le rispose: « Hai saputo condurre un uomo fino in cie¬ lo». (OL n. 106) O Signore, questa famiglia ti ringrazia e ti loda, perché è riunita nel tuo nome. Concedi a ciascuno di noi un cuore sincero e buono capace di dare fiducia e di rendersi responsabile del bene di tutti. Donaci un cuore grande che sa dimenticare le offese ricevute, che sa riconoscere i propri torti e prendere l’iniziativa di chiedere perdono. Infondi la volontà di fare comunione tra noi anche quando ciò costa sacrificio. Fa’ che sappiamo portare i pesi gli uni degli altri, impegnandoci più a donare che a chiedere così da vivere nella tua pace anche nei momenti difficili. Concedi che la nostra famiglia sia segno, Signore, di cristiana apertura, di solidarietà e di + Carlo Maria Martini amicizia per quanti ci avvicineranno. Preghiera per la famiglia 12 Avevo tanta paura! Per introdurre quest’esperienza, tanto uti¬ le e positiva, di mia figlia Enza premetto alcu¬ ne notizie, che facciano luce su di lei, per me¬ glio conoscerla. Enza è una ragazza di 28 anni, cerebrole¬ sa e con psicosi infantile; la lesione all’emisfe- ro sinistro le impedisce il linguaggio verbale e forse anche quello mentale. Il suo atteggia¬ mento è di tipo psicotico, però si relaziona ab¬ bastanza con gli altri; quando sta bene, è con¬ tenta e disponibile: aiuta nei lavori domestici, è servizievole. All’ora di pranzo apparecchia la tavola ed è sempre pronta ad alzarsi se manca qualcosa. Da sempre Enza si esprime a gesti per i suoi elementari bisogni, per quanto è più complesso rinuncia e le sue reazioni sono di tipo emozionale: se è contenta, è collaboran- te, dà bacini e carezze, accetta la presenza de¬ gli altri; quando sta male, passa dall’agitazio¬ ne motoria all’aggressività. Tale atteggiamen¬ to è diventato talvolta costante, tanto da farci temere per un ritorno alla serenità. Enza andava all’ANFFAS di zona, ma la dimisero circa dieci anni fa, dicendoci che per loro non era più gestibile, in seguito non ab¬ biamo trovato nulla in alternativa. Da pochi anni soltanto godiamo dell’Assi¬ stenza Domiciliare da parte del Comune per sei ore settimanali, tramite due operatori con i quali Enza fa delle lunghe passeggiate. Ella è molto contenta quando arrivano; essi sono in pratica la sua unica vita di relazio¬ ne, insieme all’esperienza di Fede e Luce. Ma in questo Gruppo, per le troppe espe¬ rienze negative e per la paura di abbandoni, si era creato attorno a lei il vuoto piuttosto che l’accoglienza. Però, quando alcuni giovani mi hanno proposto di far fare a Enza l’esperienza del campeggio di Capizzone, seppure con molta perplessità, ho subito preso quest’idea in considerazione. Pensammo di parlarne agli incontri preparatori: avrei esposto il problema di Enza e avrei sentito il parere degli altri. Così avvenne: in quell’incontro mio mari- 13 to e io fummo molto incoraggiati e decidem¬ mo che avremmo portato Enza a Capizzone. Al campeggio, il primo ad accogliere En¬ za fu un giovane che non conoscevo: restava seduto sulla panchina facendo finta di niente, ma intuii che era lì apposta per lei. Enza si mi¬ se subito a correre e a scappare di qua e di là; vidi il giovane che la seguiva avanti e in¬ dietro, non la chiamava, non gridava, anzi, a voce bassissima e chinandosi un po’, sentivo che le bisbigliava delle parole in un orecchio, ed Enza camminava così più lenta, risponde¬ va seppi poi — al canto del giovane con qualche suono: erano entrati pienamente in contatto. Mi rallegrai subito: stavano ora seduti su di una panchina, diritti; Enza era ferma, siste¬ mata esattamente come lui, non v’era impa¬ zienza in lei, sentivo canticchiare il giovane piano piano ed Enza serissima l’ascoltava. Non mi sono mai avvicinata, non volevo turbare quell’armonia. Un fatto molto significativo è stato l’orga¬ nizzazione dei pranzi di mia figlia nel nostro campeggio. Sin dal primo giorno, un giovane mi disse: « Enza da oggi mangia con noi, stai tranquilla e più lontana che puoi». Così feci; il primo giorno ero un po’ preoccupata, ave¬ vo paura per le ragazze che le sedevano ac¬ canto. Ogni tanto le osservavo, le vedevo così serene e contente di badare a Enza che ciò mi rassicurava molto. Un giorno una giovane del mio stesso quartiere mi disse: «Tu Enza non la porti qua¬ si mai alle feste, solo ora la conosciamo me¬ glio». Ma io risposi: «Sappi che ho tanta pau¬ ra, sto male quando Enza aggredisce qualcu¬ no, mi capisci; cerco quindi di fare solo ciò che mi sembra adatto al gruppo». Ma ella non pareva pienamente convinta della mia ri¬ sposta. Sembrerebbe poco quello che mi aveva espresso questa giovane, ma non lo era; io mi sentivo colma di gratitudine: Enza era per intero accolta e non perché si comportasse bene o diversamente dal solito, ma perché questi esemplari giovani erano capaci di ac¬ cettare i suoi doni e di espanderli intorno a loro. Angelo e io ne gioivamo, egli era impe¬ gnato in cucina a preparare pranzetti, facen¬ do del suo meglio e prendendosi gli applausi quotidiani e gli «Hip, hip, hurrà al cuoco!» Io credo che così facendo Angelo dimostrasse la sua gratitudine: era la prima volta che non era chiamato a badare a sua figlia... Per la verità ci fu qualche episodio di ten¬ sione, dopo il terzo giorno. La sera, iniziò ad agitarsi, era molto stanca, non si fermava un attimo. La prima volta che entrò in contrasto con gli altri io non ero presente; quando An¬ gelo me lo riferì, mi sentii male e pensai che Enza con un amico al campo. A destra, Enza va in chiesa il giorno della prima comunione. 14 la vacanza fosse finita, ma subito una giovane serenamente mi disse: «Giuseppina, Enza ha dato solo due sberle, non è successo niente». La sera successiva, si ripete la stessa sce¬ na, allora pensai davvero che fosse il caso di tornare a casa. C era vicino a me un giovane al quale confidai che stavo pensando di an¬ darmene. Egli mi disse: «Se lo fai, per me sa¬ rà un fallimento, vorrebbe dire che non sono stato abbastanza amico di Enza». Io rimasi senza parole, restai un po’ in si¬ lenzio a godermi il significato profondo di quella frase. Alla fine gli dissi solo: «Grazie per quello che mi dici, così volevo fosse “Fe¬ de e Luce”, così è»: ero felice di poter far par¬ te di questo carrozzone e che il Signore mi avesse fatto incontrare persone simili. * * * Era un clima particolare ed io, oggi, sono molto contenta di aver dato a tutti questo pic¬ colo regalo: l’aver pensato, organizzato e vis¬ suto con loro la Prima Comunione di Enza, un evento così intimo ed emozionante per dei genitori che vedono la propria figlia priva¬ ta di tutto; ma Gesù è lì, si concede e l’acco¬ glie. Durante la prima Messa, un’amica, al mo¬ mento della distribuzione dell’Eucarestia, mi chiese se Enza potesse ricevere la Comunio¬ ne. Le feci cenno di no, ma in quel momento scattava in me qualcosa: guardavo Cristo Ri¬ sorto nella piccola chiesa, tutti noi insieme, Enza pienamente accolta e desiderai quindi che anch’ella avesse accesso alla mensa del Signore; non ci sarebbe mai stato un clima migliore. Decisi che quello era il momento, con quelle persone. Al termine della celebrazione, ne parlai subito con Don Mario Pellegrini, che accon¬ sentì; iniziò così poco dopo la preparazione alla Prima Comunione di Enza, che durò solo cinque giorni, ma furono giornate veramente piene! Tutti i giorni ci recavamo alla chiesetta a contemplare Gesù: una ragazza l’aveva abi- 15 tuata a raccogliere dei piccoli fiori, che lei si¬ stemava all’altare, lo le dicevo: « Gesù ti vuole tanto bene e ti invita a mangiare il suo pane». Ella allargava le braccia con la massima espansione possibile e io le ripetevo: « Tanto, tanto! E vero, ti vuole proprio tanto bene...». Così tutti i giorni, per cinque giorni. Nel frattempo i giovani avevano preparato i mo¬ menti di preghiera serale ben collegati a que¬ sto evento e concludevano con l’ultima Cena mimata dai ragazzi, dove Enza «andava a mangiare nella mensa del Signore il pane che le veniva offerto, quale dono speciale, rela¬ zione particolare con Gesù. Le giovani intanto, insieme ai ragazzi, si mi¬ sero a preparare un bouquet di fiori, fatti coi fazzolettini di carta bianchi e la carta crespa rosa: venne bellissimo, rifinito poi con un fiocco bianco. * * * Le amiche avevano cominciato a sollecitar¬ mi per i preparativi e una di loro mi disse: « È ora di andare a prenderle l’abito bianco!» E io: «L’abito bianco, ma vuoi scherzare... Enza è un po’ cicciottella e poi ha 28 anni... » «Giu¬ seppina — mi disse — quello sarà un giorno importante per tua figlia, riceve il Signore, è giusto che sia vestita in un modo speciale. Anche Enza, quando si vedrà vestita tutta di bianco, capirà ancor di più che si tratta di una festa davvero speciale!» Era tale il suo entusiasmo, che non potei controbattere: con Angelo, un giovane e un ragazzo andammo alla grande in cerca nei negozi. Fummo fortunati, trovammo subito un bel completino di lino bianco e beige, adattissimo a coprire qualche chiletto in più e le tennis bianche. Ordinammo infine una tor¬ ta: aveva ragione la nostra amica, era così che Enza andava festeggiata! Quando arrivò l’ora di andare in chiesa, nostra figlia era molto calma, seria e piena di partecipazione, con il suo bel vestito e il bou¬ quet in mano. Entra in chiesa e va diretta- mente all’altare, si mette al centro: aveva ca¬ pito che Gesù, invitandola le dava questo pri¬ vilegio. Non so quale miracolo sia avvenuto, se da parte di Dio o della Comunità stessa, ma Enza ha percepito la presenza di Dio; co¬ me diceva Henry Bissonier, i nostri ragazzi hanno il senso del divino molto sviluppato. Gesù risorto, allargando le braccia sulla croce, le diceva: «Enza, ti voglio tanto be¬ ne!» ed Enza, dopo aver preso l’Eucarestia, alla fine della Messa è andata a baciare ripe- tutamente il volto di Cristo con un fervore inusuale, allargando le braccia. Io ho provato in quel momento una gioia, che mi fece sentire tutt’uno con gli altri: Enza era amata e mi sentivo stranamente amata anch’io. Enza è stata fonte d’amore, fonte d’unità: insieme a noi hanno gioito tutti gli altri, amici e ragazzi. Tutti abbiamo apprezzato i suoi do¬ ni e io, con mio marito, ringrazio tanto il Si¬ gnore per questa gioia vissuta, che «Fede e Luce» ha permesso si realizzasse. Giuseppina Argento Non perdere di vista Enza Conoscevamo poco Enza, prima del cam¬ peggio di quest estate ne sentivamo solo par¬ lare e le voci non erano molto incoraggianti; Enza non veniva quasi mai accompagnata al¬ le feste per paura che potesse far del male a qualcuno. Finalmente labbiamo conosciuta. Enza è sempre in movimento, cammina, sal¬ ta, sta seduta per poco tempo; a volte urla specialmente quando è innervosita o felice, è buffa quando si esprime nel suo linguaggio gestuale. E golosa nel mangiare, generosa, curiosa e a volte prepotente e manesca; con quelle sue manone dà delle carezze tenerissi¬ me. Enza si sveglia presto alla mattina e non la si può perdere mai di vista... altrimenti con¬ suma una tonnellata di sciampo per farsi bel¬ la, una bellezza soprattutto interiore che tra¬ spare dai suoi occhioni azzurri quando rima¬ ne assorta come in ascolto di qualcosa. Speriamo tanto che Enza sia stata bene in campeggio con noi come noi lo siamo stati con lei e con la sua famiglia, che un paio di volte presa dallo sconforto avrebbe voluto andarsene e lasciarci così senza una guida preziosa come lo è stata Enza in quei giorni per noi. Non perdere di vista Enza, infatti, è uno dei modi migliori per non perdere di vi¬ sta Gesù, ce ne siamo accorti soprattutto se¬ guendola nel suo cammino verso la sua Pri¬ ma Comunione: grazie a lei ognuno di noi ha riscoperto il valore dellmcontro con Lui. Due giovani amici del Gruppo Gratosoglio (MI) Cercavo di far cantare il mio cuore Spesso l’intellettuale è particolarmente vulnerabile di fronte alla minorazione che colpisce il figlio nella mente. Emanuel Mou¬ nier, filosofo e pensatore cristiano, uno dei maggiori intellettuali francesi tra gli anni Trenta e Sessanta, ebbe la figlia di pochi me¬ si colpita da una encefalite che la lasciò tale che «bisogna trattenersi disperatamente per non chiedere a Dio di riprenderla». La moglie Paulette, che ringraziamo, ha permesso di riprodurre alcuni passi di lettere del marito (pubblicate in «Mounier e la sua generazione», Seuil 1956) che parlano della loro prova, ma anche della loro profonda fe¬ de e speranza. 1938 - 7 MAGGIO Francesca , che hai lasciato quando era solo un tocco di pennello , è, dopo cinque settimane , uno sguardo , un sorriso... (A Emile-Albert Niklaus) 27 NOVEMBRE Ora , amico mio, abbiamo delle preoccupazioni. La piccola Francesca ha un non si sa che cosa... Qualcosa come una vaga infezione diffusa nel sistema nervoso centrale... Questa 17 imprecisione, questa localizzazione, ci rende terribilmente angosciati. Ho l’idea che il tuo Dio sia lo stesso mio. Digli di essere buono... (A Emil-Albert Niklaus) 1939 - 12 MARZO Dio continua a provare la nostra speranza. Non si tratta, per Francesca, di prognosi disperata. A parte l’encefalite, Francesca sta bene. (A Jéróme Martinaggi) 2 MAGGIO Fisicamente, Francesca sta bene. Per il resto ci toccherà aspettare per mesi le decisioni della Provvidenza su di lei e amare con tutto il cuore, senza consolazioni sensibili, questo piccolo viso distratto e assente: non sappiamo se un giorno, e quando, si squarcerà il velo che lo copre. (A Daniel Villey) 4 SETTEMBRE Camminando per strada, poco fa, cercavo di far cantare il mio cuore. Non è durato molto. Mi bastava pensare che ogni sofferenza vissuta con il Cristo perde la sua disperazione, la sua stessa ripugnanza. (A Paulette Mounier) 1940 - 3 MARZO Ho parlato con il medico... L’evoluzione, da novembre, è piuttosto buona. Ma non si è mostrato molto incoraggiante sulla situazione generale. L’infezione è così diffusa e subdola che le conseguenze gli sembrano importanti e profonde. Ecco il parere medico, so bene... Bisogna che noi partecipiamo al permanere della passione nel tempo, sugli uomini che incontro per strada. Non so per chi «lavora» questo povero visino velato, questa piaga al nostro fianco, per anni forse... (A Jéróme Martinaggi) 19 APRILE Ti mando altre due o tre lettere di amici. Tutte quelle parole d’affetto le sento arrivare su te e su Francesca come una preghiera... (A Paulette Mounier) 28 AGOSTO Avvicinandomi a quel lettino senza voce, mi sembrava di avvicinarmi come a un altare, a un qualche luogo sacro dove Dio parlava con un segno. Una tristezza acuta, profonda, ma leggera e trasfigurata. E tutt’intorno a lei, non ho altre parole: un’adorazione. Senza dubbio non ho conosciuto mai così intensamente lo stato di preghiera di quando la mia mano diceva delle cose a quella fronte che non rispondeva nulla; di quando i miei occhi si arrischiavano verso quello sguardo distratto, che portava lontano, lontano dietro me... Un’ostia vivente in mezzo a noi, muta come l’ostia, come questa irradiante... Chi sa se non ci è chiesto di guardare e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca? Mia piccola Francesca, sii anche per me l’immagine della fede! 18 OMBRE E LUCI» E FATTO CON LAVORO VOLONTARIO ED È SOSTENUTO DA CONTRIBUTI VOLONTARI Ma noi siamo Ambiente francese qualche tempo fa al teatro Manzoni di Roma. In programma cera uno spettacolo presentato da una compagnia teatrale del nord della Francia, la compa¬ gnia «L’Oiseau Mouche». Gli attori interpretavano «Un cammino dimenticato» per la regia di Francesco Cervantes: sette, tutti attori professionisti e handicappati mentali, come gli altri sedici che fanno parte di questa compagnia itinerante. All’apertura del sipario il palcoscenico è scuro, la scena nera e grigia, i personaggi ad¬ dormentati qua e là. La musi¬ ca, marcata dal suono lanci¬ nante di un sassofono, contri¬ buisce a dare un’atmosfera strana, fatta di attesa e di emo¬ zione. A poco a poco i perso¬ naggi si svegliano. Il tempo è sospeso e loro appaiono sper¬ duti. Il Costruttore, l’Inquieto, il Conciliatore pian piano rom¬ peranno il silenzio. Ed ecco il dialogo con la Bruna, con il Si¬ lenzioso, con la Sensibile e, al¬ la fine, con il Perduto. La spet¬ tatore può ora capire meglio il perché di questo smarrimento: l’autista del pullman che li ac¬ compagnava a Le Touquet è morto improvvisamente. Loro si sono rifugiati su questo ter¬ reno incolto e, dopo essersi ri¬ posati dalla fatica e ancora molto emozionati, incomincia¬ no a riflettere su questa situa¬ zione inattesa che darà luogo via via ad una riflessione sulla vita stessa. La Sensibile è stan¬ ca per tutti gli avvenimenti so¬ pravvenuti, ma si rende conto che per tutti c’è un Destino. Al¬ tri decidono di andar via, forse per chiedere aiuto. Quelli che rimangono preferiscono conti¬ nuare ad aspettare, sicuri che qualcuno verrà a cercarli. «Perché i medici hanno biso¬ gno dei malati, altrimenti non 19 hanno più lavoro » spiega una delle donne. All’inizio viene seguita una sceneggiatura scritta, poi l’im¬ provvisazione prende una par¬ te più importante, in particola¬ re nella scelta del momento di ogni intervento. Emerge così la presenza forte e commovente degli attori. E la voce, som¬ messa all’inizio, che sale e si amplifica un po’ per volta, ci fa scoprire che il Perduto, in prin¬ cipio riservato e timido, riesce poi ad esprimersi pienamente con il suo canto caratteristico e ritmato. L’Oiseau Mouche Per scrivere la sceneggiatura Francesco Cervantes è partito dagli attori. Lavora con loro, li ascolta, cerca, e via via crea lo spettacolo. Esso viene costrui¬ to attraverso uno scambio con¬ tinuo con il gruppo degli attori. Alcuni di questi fanno parte della compagnia già da un de¬ cennio, altri da meno tempo. La compagnia si è formata da più di dodici anni e ha dato numerose rappresentazioni sotto la guida di registi diversi. Ciò ha comportato la presenza in cartellone di una grande va¬ rietà di generi. Hanno molto viaggiato: in Inghilterra, Svizzera, Olanda, Belgio, Stati Uniti, Romania e un po’ dappertutto in Francia dove si sono fatti notare in modo speciale al Festival di Avignone. La compagnia dell’Oiseau Mouche è composta da venti¬ tré attori. Lavorano molto e non si dedicano solo al teatro, ma anche alle arti plastiche, al¬ l’espressione, al canto, alla mu¬ sica, alla videoregistrazione, ecc. L’attore più anziano un giorno spiegò così i suoi senti¬ menti: «Quello che mi distur¬ ba è di essere visto come un handicappato, mentre io sono un attore». Non possiamo che rassicurarlo: erano veramente e prima di tutto degli attori, lui e i suoi colleghi, quando l’altra sera recitavano al teatro Man¬ zoni a Roma. Unanimità di opinioni all’u¬ scita? Non completamente. «L’azione era troppo lenta e l’atmosfera triste » ha dichiara¬ to il giovane Aureliano che non riusciva a credere che gli attori avessero un handicap. «E un messaggio per noi da parte di chi recita» ha com¬ mentato Natalia alla quale lo spettacolo è piaciuto molto. Claudia ha espresso « ammira¬ zione e stupore» e desidere¬ rebbe vedere altri lavori, forse un po’ meno pessimistici, di questa compagnia. Ambedue sono state commosse dagli in¬ terrogativi posti dagli attori, dalle loro chiamate in causa e dalle loro varie sensibilità. Marie-Claude Chivot 20 m & m il fattore La cooperativa «Il trattore» è nata nel 1980. Quello che lì si svolge è un lavoro di genere sociale. Di fatto è nata dall’in¬ contro di amici, laureati in agraria, obiettori di coscienza o impegnati nella vita del quar¬ tiere. Fin dall’inizio i soci hanno avuto questo doppio interesse: la coltivazione naturale e l’ac¬ coglienza delle persone con difficoltà. Abbiamo incontrato la realtà di questa istituzione in un as¬ solato mattino di novembre nella bella valle del Casaletto, attraversando campi di verdu¬ re recentemente trapiantate. Costeggiando queste belle file di piante che danno una gran¬ de sensazione di armonia, sia¬ mo arrivati a un piccolo pre¬ fabbricato dove ci ha accolto il coordinatore della coopera¬ tiva. «La vita non è facile, mal¬ grado la bellezza del posto — ci dice subito — Le leggi regio¬ nali sono limitanti, il contratto di affitto con il Comune per la terra è sempre precario, è po¬ co o male compresa la partico¬ lare natura della cooperativa. E poi la competitività di questa società non va d’accordo con chi mette al primo posto quali¬ tà e accoglienza». La vita è difficile ma vanno avanti lo stesso i 16 soci lavo¬ ratori, tra cui 7 persone con difficoltà, che sono state as¬ sunte regolarmente perché questo lavoro si concilia bene con le loro capacità e neces¬ sità. Infine la cooperativa acco¬ glie anche, come tirocinanti, altre 5 persone in difficoltà che vengono per più o meno ore, accompagnate inizialmente da personale di appoggio collega¬ to alla USL. La responsabilità riguardo a queste persone è tutta della USL ma la coopera¬ tiva dà a ciascuno una retribu¬ zione proporzionata al lavoro realmente svolto. Queste ulti¬ me collaborazioni variano spesso e coprono tempi molto limitati, ma il criterio ispiratore è quello di consentire una rea¬ le partecipazione al lavoro a ognuno per il bene che gliene deriva. Oltre ad occuparsi della col¬ tivazione dei campi, la Coope¬ rativa offre servizi per la manu¬ tenzione di giardini privati e pubblici: questa attività per¬ mette di completare i piani di lavoro, sia a livello stagionale che a livello finanziario. I prodotti della coltivazione sono in vendita sul posto per Prodotti sani al Trattore L’Agricoltura Biologica. Non solo metodologia di coltivazione contrapposte a quelle consuete, basate principalmente su siste¬ mi tecnici e chimici, ma soprat¬ tutto una filosofia di vita. Il Trat¬ tore è una cooperativa di agri¬ coltura biologica che applica soltanto metodologie di coltiva¬ zioni assolutamente naturali, senza l’uso di additivi e di so¬ stanze inquinanti, attraverso un costante sforzo di ricerca e spe¬ rimentazione di tecniche ecolo¬ giche innovative. Dieci anni di impegno per of¬ frire prodotti integri ed equilibra¬ ti dal punto di vista nutritivo sal¬ vaguardando la fertilità del ter¬ reno. Un altro importante impe¬ gno del Trattore è quello di oc¬ cuparsi anche del reinserimento socio-lavorativo di soggetti por¬ tatori di handicap. Infatti molti di loro sono pienamente e posi¬ tivamente inseriti nelle attività lavorative della cooperativa co¬ me soci lavoratori. la gente del quartiere. Avven¬ gono anche scambi con altre cooperative e negozi di pro¬ dotti biologici. L’impressione che si ricava dalla conoscenza di questo po¬ sto è veramente bella: lavoro della terra, autentico, produtti¬ vo, in spazio aperto immerso nella calma e nella serenità. Anche il contatto con chi ci ha accolto è stato molto positivo: sorriso, serietà, apertura. La si¬ tuazione amministrativa è, purtroppo, al limite del sop¬ portabile. Eppure il grido che nasce spontaneo è: « Di un po¬ sto così ce ne vorrebbero 30 di più a Roma!». Chi ha terra a disposizione, chi ha competenza per colti¬ varla, chi ha coraggio in ab¬ bondanza per smuovere l’am¬ ministrazione pubblica, chi ama la natura, chi ha a cuore le persone in difficoltà, vada a vedere! E poi si dia da fare. Nicole Schulthes Pomeriggio festoso oggi al¬ l’Associazione Culturale «11 Cantiere » di Roma, in Via Pie¬ tro da Cortona, 8. Dopo quasi nove anni di lavoro «Il Cantie¬ re » accoglie di nuovo i suoi so¬ ci per iniziare un nuovo anno di attività. Sono presenti gio¬ vani con disturbi lievi e meno lievi, la maggior parte tra i ven¬ ti e i trenta anni; ci sono gli operatori, alcuni genitori. Sia¬ mo nel soggiorno di un piccolo appartamento al centro della città. L’arredamento è sempli¬ ce e accogliente. In ogni stanza i segni del lavoro degli anni 22 passati: affreschi, fotografie, ri¬ cordi di attività, di recite e, nel soggiorno un grande tavolo dove sono sparsi opuscoli, li¬ bri, giornali. Leggiamo: «11 fine del Cantiere è quello di co¬ struire, dal suo stesso nome, un impegno culturale del tem¬ po libero, attraverso i suoi la¬ boratori di espressione e co¬ municazione, come alternativa e prevenzione, con funzioni formative e informative». La stanza è gremita. Bic¬ chieri di aranciata passano di mano in mano. Ce allegria, voglia di stare insieme, di lavo¬ rare, «fame» di comunicazio¬ ne e di scambio. Gli sguardi si protendono verso gli operatori e verso i compagni e sembra¬ no dire: «Finalmente siamo di nuovo qui!». Sono studenti, disoccupati; sono persone cui un lieve handicap impedisce di avere una vita soddisfacente e costruttiva e che, al di fuori di qui, vivono nell’isolamento o nell’emarginazione. Hanno sa¬ puto dell’esistenza del Cantiere attraverso amici, conoscenti o da servizi sociali di enti pubblici e privati. Gli operatori sono professionisti affermati che of¬ frono gratuitamente la loro esperienza e il loro calore umano per uno o due pome¬ riggi alla settimana. La dott.ssa Gabriella Guidi direttrice dell’Associazione presenta ora le varie attività che si svolgeranno nei quattro laboratori: teatro, dizione, gior¬ nalismo e audiovisivi, musica, poesia, arte e artigianato. I re¬ sponsabili dei vari settori ne il¬ lustrano i metodi e i dettagli. I giovani si iscrivono all’uno o all’altro dei corsi, a volte a due di essi. Qui si viene per impa¬ rare, per esprimersi, per «ma¬ turare». Questa parola usata da uno dei giovani presenti riassume la consapevolezza, evidente in tutti, delle loro dif¬ ficoltà quotidiane. Abbiamo ascoltato vari commenti dello stesso tipo. Una ragazza del laboratorio di giornalismo: « Quando mi sento triste scrivo una poesia e la tristezza scom¬ pare». Un giovane che da quattro anni frequenta il labo¬ ratorio di teatro e quello di giornalismo: «Ambedue mi sono stati utili per imparare a comunicare con gli altri e a vincere la timidezza: il primo attraverso i gesti, le parole; l’al¬ tro attraverso la scrittura». E ancora: «Il laboratorio d’arte mi ha permesso di esprimere liberamente la mia creatività». «Il Cantiere è un’occasione di vita, è comunicazione e socia¬ lizzazione ». Natalia Livi INDUMENTI PRATICI ED ELEGANTI PER PERSONE HANDICAPPATE Un’azienda tedesca, che produce per persone invalide, creata, tra l’altro, da un tetraplegico, fabbrica anche indumenti pratici ed eleganti per persone impedite nei movimenti o che vivono su sedie a ruote. Il catalogo «Rolli Moden» può essere chiesto alla Viviani S.a.s., via Monteu da Po 1 bis, 10132 Torino - tei. 011/8994852. (A destra: una pagina del catalogo Autunno-Inverno) 23 LIBRI «Mi riguarda», Tascabile E/0 Ed. E/0 - L. 13.000 In questo piccolo libro, nove persone, quattro donne e cin¬ que uomini importanti per cul¬ tura e impegno, noti per i lavo¬ ri pubblicati e per il successo raggiunto, danno testimonian¬ za della esperienza di vita che li accomuna, avere dato la vita e avere vissuto o ancora vivere con un figlio diverso. Ciascuno di loro in poche scarne pagine riflette sul destino del figlio, ne ricorda la nascita, la scoperta della diversità, la sofferenza, il rifiuto e l’accettazione, la lotta contro il male, lo scoraggia¬ mento e la fiducia... tutti i mo¬ menti di vita e gli stati d’animo che segnano, da sempre, in ogni parte del mondo, come pietre miliari o pali nella vigna, la vita delle famiglie con un fi¬ glio handicappato. Nell’introduzione si legge che il libro è nato per iniziativa della «Fondazione Luisa Flaia- no», creata per promuovere e sostenere iniziative che per¬ mettano a soggetti portatori di handicap di partecipare a varie attività complementari a quelle promosse da enti pubblici. A me sembra, tuttavia, che queste persone siano spinte a rivelare un privato così doloro¬ so da un altro motivo più ur¬ gente, che è gridato fin dal ti¬ tolo: «Mi riguarda». « Il destino di essere diverso, che è toccato ai nostri figli — ci dicono — ha trasformato la nostra vita che è diventata di¬ versa. Ed ora che sappiamo, ci riguardano anche i destini de¬ gli altri diversi e per tutti loro, e per tutti i genitori e per i nostri figli, qui testimoniamo. Ma an¬ che voi che ci leggete sarete «diversi» perché non potrete più ignorare o dimenticare». Mentre leggevo pensavo che per i genitori, i parenti, gli amici di «Ombre e Luci» è molto più facile, che per il let¬ tore qualunque, partecipare emotivamente alle situazioni e condividere gli stati d’animo che qui sono descritti. La mamma che si interroga sul mistero ed il silenzio del figlio già adulto ma per sempre bambino, il padre che nella so¬ litudine del suo studio e nel si¬ lenzio della casa siede sul diva¬ no tenendo sulle ginocchia la figlia ammalata, la mamma bloccata con la sua macchina sul Lungotevere per la improv¬ visa inconsapevole aggressio¬ ne dell’amatissimo figlio, sono persone che ci sembra di co¬ noscere da tanto tempo, le comprendiamo fino ad identi¬ ficarci con loro e vorremmo di¬ re loro subito che, sì, le capia¬ mo, sappiamo come, come ci si sente e quanto coraggio ci vuole e quanto amore. Le persone che hanno scrit¬ to questo libro non sono, o non si professano apertamen¬ te, credenti. Non accennano mai a valori soprannaturali, non parlano di preghiera, di speranza o di fiducia in Dio. Ma le loro storie sono piene d’amore, di sacro rispetto per queste vite così segnate, di tensione nella fatica di correg¬ gerle, aiutarle, farle crescere. E da questa fatica d’amore nasce l’attenzione agli altri, il bisogno di condividere dolore e disagio ma anche lo slancio ad opera¬ re per raggiungere obiettivi co¬ muni, per realizzare speranze. Non mi sembra sbagliato, quindi, concludere ricordando una piccola nota ritrovata dalla moglie tra gli appunti inediti dello scrittore Flaiano... «Cristo torna sulla Terra... Gesù continuò a fare miracoli. Un uomo gli condusse una fi¬ glia malata e gli disse: Io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare...». Maria Teresa Mazzarotto 24 l'autismo 'n'wJiwoiione paziente e priva di assurdi siasi di codp permette di inteasifkore gli scambi eoa la persona autistica e ridà speranza a chi lo vuole oivlore. SANSONI Catherine Milcent A tu per tu con I autismo Sansoni Editore - L. 25.000 Nel numero di «Ombre e Luci » dedicato ai giochi abbia¬ mo presentato ampie citazioni di questo libro. Ora consigliamo tutti i nostri lettori che hanno interesse di conoscere più da vicino la per¬ sona autistica, di leggerlo per intero. E una delle opere più recenti su questo argomento ed è scritta dalla mamma di un bambino autistico; è anche medico, psicoanalista e psi¬ chiatra infantile. Il libro unisce perciò la chiarezza del linguag¬ gio, l’esperienza, la conoscen¬ za di ciò che la ricerca scientifi¬ ca ha potuto finora intravedere al di là del mistero della perso¬ na autistica, e un calore uma¬ no che in casi come questi può essere espresso solo da una mamma. La lettura ne risulta facile e appassionante. Dalla descrizione del bambi¬ no autistico nei primi anni di vita l’autrice passa alla sua adolescenza e alla sua età adulta e spiega le cause di quel comportamento particolare che è indice di una grande sof¬ ferenza e che volta per volta deve essere decifrato e com¬ preso. Come si forma la personali¬ tà di questo bambino? Quali le carenze e le difficoltà dei suoi modi di apprendimento, le sue difese, le sue esigenze? Come individuare le sue capacità? Esistono psicoterapie e farma¬ ci adatti? Quali le analisi indi¬ spensabili? Come aiutarlo a farsi capire, ad acquisire con¬ sapevolezza delle sue emozio¬ ni, a riconoscerle negli altri? Come insegnargli i gesti sem¬ plici della vita quotidiana, i rapporti con gli altri, il piacere di giocare e di godere di un tempo libero rasserenante? Il libro risponde a queste e ad altre domande che genitori ed operatori si pongono quoti¬ dianamente. Ne emerge con chiarezza l’importanza di un’e¬ ducazione appropriata fin dai primi anni, la necessità di un serio lavoro di équipe tra inse¬ gnanti, educatori, medici, ge¬ nitori. Come conclusione l’autrice invita i genitori ad unirsi alle associazioni che si occupano delle persone autistiche e ne dà l’elenco sia per quanto ri¬ guarda l’Italia che l’Europa. - Aiutaci a raggiungere altre persone; Mandaci nomi, cognomi e indirizzi (scritti chiaramente) di persone che possono essere interessate a questa rivista. Invieremo loro una copia saggio. Per comunicarci i nomi puoi usare il modulo stampato sotto. Il nostro indirizzo è: Ombre e Luci - Via Bessarione, 30 - 00165 Roma Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. 25 Vita di Fede e Luce BI BLIOTECA OBLI. A SOLIDARIETÀ 26 A. Mastantuono Biblioteca della Solidarietà Volontariato Edizioni Piemme - L. 15.000 E uno dei primi volumi della «Biblioteca della Solidarietà» che le edizioni Piemme hanno iniziato a pubblicare in collabo- razione con la Caritas Italiana. La collana, composta da 37 volumi, sarà completata nel corso dei prossimi mesi. L’autore di «Volontariato» è S-c- un sacerdote, parroco di Lari- no (CB) e direttore della Cari¬ tas Diocesana. Da anni è im¬ pegnato in ricerche ed espe¬ rienze nel mondo del volonta¬ riato italiano. In questo libro egli punta lo sguardo su que¬ sta realtà complessa e variega¬ ta per riflettervi in profondità e per coglierne gli elementi es¬ senziali. Ecco come egli deli¬ nea le tappe principali del suo lavoro: — che cosa è il volontariato: il tentativo di ritrovare un de¬ nominatore comune tra le va¬ rie definizioni che finora sono state elaborate; — chi è il volontario: di qua¬ le etica egli si fa testimone e promotore; quale è il suo spa¬ zio e la sua funzione all’interno della comunità ecclesiale; — i nodi e le prospettive del volontariato: il suo rapporto con il «terzo sistema» (tutti i percorsi innovativi, sociali, po¬ litici ed economici che abbiano di mira il bene comune), il suo ruolo per l’Europa, e due am¬ biti di particolare impegno per il volontariato futuro: la fami¬ glia e l’Anno di volontariato sociale (Avs). Ciò che affascina il volonta¬ rio è la possibilità di individua¬ lizzare i rapporti personali, la necessità di continuità e di coerenza nel lavoro, lo spirito di servizio, la solidarietà, la re¬ sponsabilità reciproca, l’impe¬ gno per la promozione e la li¬ berazione dell’uomo, la gratui¬ tà, il disinteresse personale. Ma forse non tutti hanno ap¬ profondito la riflessione sulle radici di questi valori e su co¬ me trasformarli in azione coe¬ rente e costruttiva. Il libro vuo¬ le rispondere a questa esigen¬ za e all’interrogativo che sta al¬ la base di tutti gli altri: è possi¬ bile il volontariato e a quale condizione? Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.À.R Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. Nome e Cognome Indirizzo Città o Paese C.A.P. v Vita di Fede e Luce Grazie per il dono Al principio del luglio scorso sono passati per Roma, tratte- nendovisi per alcuni giorni, tre gruppi di rappresentanti di «Fede e Luce» in Russia, in In¬ dia e a Hong Kong. Tornavano da Cracovia dove si era tenuto il convegno del Consiglio In¬ ternazionale. Durante la loro permanenza sono stati festosa¬ mente accolti dagli amici di Roma che li hanno ricevuti nelle loro famiglie oppure li hanno accompagnati a visitare i luoghi più significativi della città. Ecco come si è espressa, in una lettera a Mariangela, Maria Fatima Raj, mamma di una ragazza disabile e respon¬ sabile di «Fede e Luce» in In¬ dia: «... Joseph ed io ti siamo estremamente grati per la bella organizzazione che hai pensa¬ to per noi. Abbiamo incontrato persone che ci hanno dato ve¬ ramente tanto tempo e tanto affetto. Ci avete procurato la possibilità di portare tanto di Roma con noi al nostro ritorno a casa. Ricorderemo sempre questa visita e le persone che ce l’hanno resa possibile. Ro¬ ma è talmente bella, e sono fe¬ lice di esserci stata e di avervi incontrato. Per piacere, ringra¬ zia per me tuo marito, Paolo Nardini che ci ha accolti all’ae¬ roporto, Natalia Livi, Maria Agnese Boitani, Chiara Berto- lini, Betta Mochi, le suore del convento. Tutto questo mi ha fatto sentire di essere parte di una grande famiglia, quella di “Fe¬ de e Luce”. Penso che “Fede e Luce” sia proprio questo. La condivisione dell’affetto e del¬ l’amicizia è semplicemente meravigliosa e mi ricorda l’a¬ more dell’Agape. Ringrazio il buon Dio per la gente come te e come gli altri di “Fede e Lu¬ ce” e specialmente per Jean Vanier e Marie-Helene perché hanno iniziato questo movi¬ mento straordinario... Grazie ancora per tutto ciò che hai fatto e grazie a “Fede e Luce” in Italia per il dono del nostro soggiorno». Stiamo aspettando le fotografie scattate da voi secondo i criteri pubblicati sul numero scorso di Ombre e Luci 27 Vita di Fede e Luce Secondo il Cantico delle Creature Tonino Valentino della Comunità Immacolata Concessione di Bari parla della sua esperienza religiosa nel campo estivo, che pare giusta preparazione per il pellegrinaggio nazionale del prossimo aprile ad Assisi. Anche il campo 94 è tra¬ scorso con gioie e preoccupa¬ zioni. Si è rivelato come sem¬ pre un’esperienza unica ed in¬ sostituibile perché incontro di meditazione e preziosa occa¬ sione per cogliere e vivere mo¬ menti di grande «amore». Quell’amore fraterno che ben conosceva il poverello di Assisi al quale quest’anno è stato de¬ dicato il campo con l’eco del suo sublime canto di lode al Signore per tutte le creature. La settimana ha avuto mo¬ menti eterogenei, di preghiera, canti e giochi con grande gioia ed entusiasmo dei ragazzi, gra¬ zie anche all’aiuto e la disponi¬ bilità di padre Luigi Frattin al quale va il nostro sentito rin¬ graziamento e la nostra pro¬ fonda stima. I momenti di riflessione so¬ no stati caratterizzati dalla me¬ ditazione del cantico delle creature, cercando di capire giorno per giorno il messaggio profondo che S. Francesco trae da tutte le creature più semplici eppur così preziose. Si è così lodato fratello sole, sorella luna e le stelle come espressioni di luce divina che ci arriva riflessa con la bellezza e lo splendore proprie del Creatore. Il giorno successivo la lode è stata di frate Focu, simbolo di quel calore che sa bruciare con dolcezza infervorando i cuori, lo stesso che con il suo ardore ha spinto Francesco quando dinanzi al crocifisso di S. Da¬ miano ha saputo farsi piccolo e servo come Maria. E seguita, poi, la lode alla nostra madre terra per l’amore fecondo che esprime attraver¬ so la bontà dei suoi frutti e la Con il conto corrente accluso, potete contribuire alle spese per stampare e spedire Ombre e Luci nel 1995 bellezza dei suoi fiori. L’ultimo giorno, molto intenso e ricco di significato è stato dedicato al ringraziamento e alla lode al Signore per tutti coloro i quali sanno perdonare, e alla litur¬ gia penitenziale alla quale i ra¬ gazzi hanno partecipato con grande interesse. Certo, oggi risulta un po’ dif¬ ficile trasmettere il messaggio che ci offre l’esempio di S. Francesco nel suo intimo sen¬ tire la vita come dono in co¬ munione con l’universo. Es¬ sendo oramai disabituati a tali sentimenti, impegnati come siamo a vivere in un mondo che isola le emozioni vere, non percepiamo più la presenza dell’altro se non quando ci può essere di profitto e di comodo. Ma il Signore non si lascia vincere dall’egoismo del mon¬ do, ha le sue strade e si serve sempre di uomini che si metto¬ no in ascolto e lo seguono, certo, con la paura che accom¬ pagna ogni scelta coraggiosa, ma che viene sconfitta dal bi¬ sogno di comunicare l’amore che ci viene donato e che è lu¬ ce per il nostro cammino. Al termine di ogni dì è così che arriva sera; con la gioia e la serenità di aver trascorso il giorno nella lode e nel ringra¬ ziamento, ma soprattutto di aver aperto il proprio cuore, la propria mente, le proprie azio¬ ni all’esperienza dell’amore. Tonino Valentino Comunità «Immacolata Concezione» Bari 28 OMBRE E LUCI vuole Essere uno strumento di aiuto per i genitori con un figlio portatore di handicap, non tanto sul piano medico-riabilitativo (per questo ci sono riviste più qualificate e competenti) quanto sul piano educativo, psicologico, spirituale. Informare quanti non sanno bene che cosa siano gli handicap affinché possano capire di più chi ne è colpito per accoglierlo e amarlo meglio Suscitare intorno alle famiglie - tanto spesso isolate e rinchiuse nel proprio dolore - il maggior numero di persone «amiche», pronte cioè a condividere gioie e dolori, successi e prove, e a rivolgere uno sguardo nuovo su chi è considerato erroneamente soltanto «una disgrazia», così che genitori e amici insieme possano scoprire e amare la persona al di là dell’handicap. Favorire l’inserimento e l’integrazione delle persone handicappate nella società e nella chiesa. A questi scopi che Ombre e Luci si propone, siete chiamati tutti voi, amici lettori, ai quali ripetiamo l’invito a collaborare con noi per sentirsi insieme una famiglia dove ritrovarsi fa bene al cuore. Concedi che la nostra famiglia sia segno. Signore, di cristiana apertura, di solidarietà e di amicizia per quanti ci avvicineranno. Card. Carlo Maria Martini